Hurry Up We're Dreaming


Avevo nonricordoquantianni. Intorno ai dieci credo. C'era in casa questo albero millenario. Enorme, i rami più alti erano perennemente avvolti dalle nubi. Le sue radici affondavano nella nera terra e le paludi lo circondavano.
Liane e ponti di funi, intrecciate tra di loro, consentivano agli abitanti dell'albero mistico di spostarsi velocemente. D'altra parte, l'albero nascondeva mille insidie e trappole mortali per chi fosse stato così idiota da affrontarlo da solo. Ogni giorno prendevano vita vicende diverse. Odio, vendetta, speranza, nessun limite se non il tempo. Verso sera, quando gli oggetti perdevano la loro scintilla vitale, il mondo intorno veniva cancellato, le funi tagliate, le trappole scardinate.
 Mia nonna non aveva mai apprezzato il fatto che sfruttassi la sua pianta da salotto gigantesca (per il me di allora) per sfogare la mia fantasia. Non capiva che quegli oggetti inanimati che lei trovava erano pieni di vita. Forse quel ago che lei rimetteva al suo legittimo posto era il primo lanciere di un condottiero sanguinario, mentre le presine da bucato nascoste tra i rami erano l'avanguardia di una razza di alieni. Però, di tutte le cose, proprio non sopportava le ragnatele che creavo da centinaia di fili di varia lunghezza. Non è adatto ad un salotto come si deve, diceva.
D'estate, quando le strade sono deserte di giorno e si rimane a cazzeggiare fino a tarda notte, i miei nonni annunciarono che avevano comprato un posto in un campo estivo. Non presi la cosa molto bene. Sarei stato lontano dai miei amici per intere settimane di preziosa estate. Il nostro gruppo di gentaglie, che comprendeva una ventina di ragazzetti (e qualche ragazzetta), si riuniva sempre nel vicino cortile/parco/foresta oppure nel vicino stadio e faceva più o meno tutto quello che un gruppo di gentaglie di minore età può fare. Forse anche di più e decisamente più spesso. Si passava da cacce al pipistrello al baseball, passando per serate di esplorazioni horror. Si sfruttava tutta la gamma di sport più o meno veri e tutta la flora e fauna per dar vita all'inverosimile. Noi si era gente molto creativa per quanto riguarda l'uso del tempo libero, diciamolo.
Era in questo clima che mi mandarono ad un campo estivo in mezzo ai boschi. Durante il tragitto in macchina ero silenzioso. Ogni tanto facevo qualche domanda apparentemente innocente.
- Quanti kilometri mancano?
- Sono tanti 100 kilometri a piedi?
- Come fai a ricordare la strada?
- È questa la via più breve?
Inutile dire che dopo la prima domanda non mi risposero più.
Il campo estivo era un vero campo estivo. Enorme. Magari qualcosa di vagamente interessante per un bambino di città. Decisamente troppo stretto per me. L’unica cosa che trovavo passabile lì era il the e la piscina.
Passati un paio di giorni mi stancai del posto. Tornai nella mia camera e dopo aver rimesso nello zaino i vestiti e il modello di transformer me la svignai.
Fuggire fu abbastanza facile visto che il giorno primo ero stato assegnato al controllo della porta d’ingresso.
Dopo un bel pò di camminata non ero più così sicuro che sarebbero bastati una giorno e una notte per arrivare.
Nei pressi di un grande bivio c’era un chiosco di angurie. Il proprietario in uno slancio di generosità regalava fette di anguria ai ragazzetti della zona. Dopo aver fatto amicizia con loro presi a negoziare con il proprietario di una bici con le assi delle ruote colorate. Stavo quasi per convincerlo a lasciarmi la bici per il tempo necessario a tornare a casa. Poi avrei convinto qualche zio a riportargliela. Come garanzia gli avrei lasciato il mio zaino e il transformer.
Da come guardava il robottino avevo capito di aver fatto centro. Ma, ahime, un suo amichetto più grande (e con più intelligenza) lo convinse che non era il caso.
Peccato, avrei sicuramente mantenuto la parola. Quel robottino era uno dei pezzi forti del mio arsenale.
Ripresi a camminare.
Faceva caldo, caldissimo. Le gambe iniziavano a farmi parecchio male e da quello che ricordavo non ero arrivato nemmeno a metà strada. In più, la sera si avvicinava e la prospettiva di camminare di notte aveva perso un po’ del suo fascino.
Ad un certo punto passa una macchina. Si ferma e retrocede per affiancarmi.
Si abbassa il vetro e due uomini strabuzzano gli occhi guardandomi in faccia.
“col cazzo che accetto le caramelle, quella storia la conosco molto bene e scordati che entri in quella macchina lì di mia spontanea volontà” pensai. Guardai a destra e poi a sinistra. Qualche metro più in là un ragazzo camminava svogliato lungo lo stradone. “sticazzi, tanto sono più veloce a correre di loro”
L’autista fa di sì con la testa verso il suo sghignazzante compagno.
-          Ragazzo, ma tu per caso sei il figlio di I.?

Mia nonna stava per svenire vedendomi arrivare a casa, quando mancava ancora qualche settimana prima che venisse a prendermi. Mi fa mangiare come se non avessi mangiato da giorni e mi fa vedere un gioco che mia zia mi aveva regalato nel frattempo.
Guardavo il gioco Go e il (nel frattempo diventato) lindo salone. Poi la pianta. Non ho mai imparato a giocare a Go ma ogni volta che mi servivano degli oggetti per creare dei fanti o delle trappole sapevo dove prenderli.
M83 - Moonchild

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